Il 15 novembre alle 13:30 ho potuto annunciare ufficialmente al mondo di essere sopravvissuto al primo viaggio in un treno cinese. Mi aspettavo di peggio, se devo essere sincero.
I treni in Cina sono per forza di cose quasi tutti a cuccette: se per andare da Milano a Napoli si può tranquillamente restare seduti per qualche ora, i tragitti tra le principali città cinesi richiede almeno una quindicina di ore di viaggio (tra Pechino e Hong Kong esattamente 24 ore).
Dall’esterno non presentano nessuna particolare caratteristica, se non fosse per la loro lunghezza spropositata. È all’interno che ho notato la grossa differenza tra queste e le nostre cuccette, ovvero l’assenza di vere e proprie separazioni. O meglio, le piccole brandine sono ordinate a sei a sei, ma non esiste nessuna vera separazione tra uno scompartimento e l’altro: il vagone è fondamentalmente un unico grande scompartimento. Forse è l’eredità della mentalità collettivista di un tempo, o forse semplicemente un modo come un altro per risparmiare sui costi di costruzione, fatto sta che nel corso del viaggio mi sono per la prima volta reso veramente conto di quanto in fondo i pechinesi somiglino agli italiani più mediterranei. Nel giro di un’ora il vagone era diventato una “grande famiglia”, con persone che facevano avanti e indietro per chiacchierare, nel tempo necessario a posare le valigie sulle piccole mensole persone che – mi è sembrato di capire – non si erano mai viste prima hanno subito creato una piccola, chiassosa comunità.
Oltre al costante chiacchiericcio e al viavai tra uno scompartimento e l’altro, l’attività principale di ognuno sembrava quella di mangiare. È un’altra caratteristica comune a praticamente tutti i cinesi: in Cina il mangiare è un’attività quasi costante, da far convivere con qualunque altra cosa si stia facendo. Una delle cose che saltano subito all’occhio in qualunque strada cinese, ad esempio, è la presenza di piccoli chioschi su ruote che vendono di tutto, dagli spiedini alle crêpes, da pezzi di carne da cuocere sul momento a dolci, dalle frittate di uova fino a una sorta di patata dolce bollita che si trova in vendita in ogni parte della Cina. L’odore che alcuni di questi chioschi riescono a esalare – in particolare quelli che vendono spuntini fritti, ovvero fritti e rifritti per ore nello stesso olio – è qualcosa di terrificante, al punto che mi chiedo seriamente come facciano le persone a farsi tentare. Comunque sia, che stia viaggiando, lavorando o anche semplicemente passeggiando, potete stare certi che il cinese avrà sempre uno spuntino nascosto da qualche parte, oppure sta apprestandosi a comprarne uno da qualche venditore ambulante.
Sul treno questa tendenza è addirittura accentuata, e i cibi che vanno per la maggiore sono delle ciotole di cartone da comprare al supermercato con dei noodles conditi con polpette o verdure, essiccati o liofilizzati: basta aggiungere dell’acqua bollente (altra presenza costante in ogni ambiente cinese, anche sul treno: i distributori di acqua bollente o i boiler pubblici) e il pasto è servito. Io, non so perché, ma di una polpetta liofilizzata che ha viaggiato per mezza Cina e sen’è stata sul fondo di una scatola di cartone per chissà quanto tempo, francamente non mi fido. Ed è un problema, perché ho imparato a mie spese che in Cina non esistono i panini. Il che, detto così, è ridicolo, ma è la pura verità: l’idea di prendere due pezzi di pane e infilarci qualcosa in mezzo non è di casa nell’impero del sol levante, salvo nei locali esplicitamente occidentali. E quindi prima di intraprendere un viaggio in treno devo arrangiarmi ogni volta con quel che trovo.
Difficoltà nel trovare del cibo e trauma dell’assenza di scompartimenti a parte, i viaggi in treno non sono così insopportabili, nemmeno quelli da 24 ore. Basta non finire in prossimità del russatore di turno e a volte si riesce anche a dormire, ma questo è vero dappertutto, non solo in Cina.
Dopo 24 ore esatte – questi treni sono estremamente precisi, nonostante le grandi distanze – eccoci arrivati alla stazione di Hong Kong. E la differenza, senza nemmeno aver visto il cielo della città, si sente. Per salire sul treno a Pechino ho impiegato in tutto 3 ore: essendo Hong Kong una provincia autonoma (almeno per i prossimi 46 anni, secondo gli accordi presi al momento della riunificazione avvenuta nel 1996), per il governo Cinese raggiungerla in treno è come andare all’estero. E quindi tocca passare dall’ufficio dell’emigrazione, esibire il proprio visto e, prima di poter salire sul treno, bisogna sottoporsi a dei controlli doganali. La rinomata burocrazia cinese unita a una mole umana pronta a riempire una ventina di vagoni ferroviari con valige annesse non è esattamente uno degli abbinamenti più felici della storia dell’uomo.
Alla stazione di Hong Kong invece, non so esattamente a cosa sia dovuto, ma si respira subito efficienza. Si esce dal treno e i segnali sono chiari, il personale è sorridente, le colonne sono ben definite e gli sportelli abbastanza numerosi da non essere congestionati. Nel giro di venti minuti mi ritrovo all’uscita della stazione in cerca di un taxi, pronto a recitare il solito pietoso siparietto dell’occidentale che non parla la lingua del tassista e indica un punto sulla mappa boccheggiando. E anche in questo, viva Hong Kong: appena salito a bordo il tassista mi chiede “Where to, mister?”.
Il mio ostello si trova nelle Chungking Mansions, che detto così sembra un felice miscuglio architettonico sino-vittoriano, ma in realtà non è altro che palazzone grigio costruito negli anni ’70 e degradatosi di anno in anno fino a diventare quello che è oggi: un mostro di cemento che al piano terra ospita una sorta di “galleria” al cui interno si sono stabiliti la metà dei commerci più sordidi della città, mentre nei 12 piani restanti si sono installati l’altra metà dei commerci più sordidi e una ventina di ostelli a bassissimo prezzo – per essere Hong Kong.
Per raggiungere l’ascensore che mi avrebbe portato al mio ostello era necessario attraversare metà del “suq” , e devo dire che una volta attraversato il portone ci ho preso gusto: il “suq”, il piano terra delle Chungking Mansions, è una piccola città a sé, un ecosistema di umanità pulsante, ne sono sicuro, con delle storie di vita alle spalle che farebbero invidia a qualunque avventuriero. Pochissimi gli asiatici, la maggioranza dei venditori e di quelli che semplicemente passano giornate intere seduti su uno sgabello sono indiani, arabi e neri, tutti insieme appassionatamente per dare vita al mercato più particolare e affascinante che abbia mai visto. Ci sono negozietti pieni di qualunque oggetto elettronico contraffatto si possa immaginare, da degli “iTab” a dei “Blueberry”, passando per delle copie sfacciate di prodotti Nokia, Samsung e, ovviamente e soprattutto, Apple. Ci sono gli immancabili baracchini che vendono alcoolici e cibi – specialmente indiani. Ci sono negozietti di alimentari dall’aria molto poco igienica. Ci sono negozi di abbigliamento che vendono griffe talmente “taroccate” da fare quasi tenerezza. A volerlo si potrebbe vivere nelle Chungking Mansions senza uscirne mai: dormire ai piani superiori, mangiare e fare compere nel “suq” e trovarsi un lavoro come venditore di falsi di Versace. Oppure fare il mestiere che sospetto fosse proprio alle decine di donne dall’aria non proprio salubre che vivono nelle stanze non occupate dagli ostelli.
Superato il primo momento di shock e assunta la mentalità giusta, sono quindi salito al settimo piano, dove i responsabili dell’ostello mi hanno mostrato la mia camera: un cubicolo di tre metri per meno di due, bagno (con doccia sopra il gabinetto) compreso. Chungking Style. Ho deciso di prenderla con filosofia: ho ottenuto quello per cui ho pagato (il prezzo più basso di Hong Kong), e poi sarebbe stata un ottimo incentivo per evitare di stare in camera troppo tempo.
Depositati i bagagli ho subito fatto la via a ritroso, giù per il – lenterrimo – ascensore e attraverso il “suq” per uscire su Nathan Road, la via principale di Kowloon.
So che da un certo punto di vista è orribile, ma vi anticipo subito che il mio pensiero fisso nel corso di tutta la mia visita a Hong Kong è stato “Per fortuna ci sono passati gl’inglesi”, il che – lo so benissimo – equivale a dire “Per fortuna c’è stato il colonialismo”. Io, povero turista che non parla cinese e alla sua prima timida esperienza di viaggio, io posso dirlo. Voi no. Ma se mai vi doveste fermare da quelle parti, anche voi vi ritroverete a pensarlo, e sarete perdonati perché in tutta sincerità non vedo come si potrebbe pensare altrimenti.
Tutto a Hong Kong è più semplice, più ordinato (rispetto agli standard cinesi, ovviamente), più comprensibile. E poi, praticamente tutti parlano inglese. È stato un sollievo riuscire a comunicare con le persone. Essere incapace di comunicare è un’esperienza che tutti i misantropi come me dovrebbero fare per rendersi conto di quanto avere a che fare con gli altri sia importante. Io me ne sono accorto quando, arrivato a Hong Kong, ho cominciato a sentire l’impulso a interagire con chiunque mi capitasse a tiro. Per me, che non sono mai stato uno capace di attaccar bottone con i camerieri e i negozianti, è stata una sensazione nuova. E mi sono detto che anche in questo – come in quasi ogni cosa – la via di mezzo è la più ragionevole. Il misantropo evita il contatto con le persone, spesso per un incoffessato complesso di superiorità, e questo è un atteggiamento che non ha mai portato del bene a nessuno perché il distacco da chi ci circonda porta quasi sempre a un distacco dalla nostra umanità. Dall’altra parte c’è però chi nella ricerca spasmodica del contatto con gli altri tenta solo di non restare solo con sé stesso. È in questa costante fuga dalla solitudine che si creano le condizioni ideali per la trasformazione delle persone in gusci vuoti, con una maschera brillante tutta protesa all’esterno, ma sotto la maschera il vuoto.
Credo che la via più ragionevole, come ho detto, stia nel mezzo, nel considerare gli altri come uno specchio e un complemento a noi stessi, non degli alieni da evitare, né l’unica fonte della nostra autoaffermazione.
Ma al di là della semplice – eppure fondamentale – comunicazione, Hong Kong mi ha fatto un effetto completamente diverso da Pechino.
Hong Kong, a differenza di Pechino, è una città estremamente coerente, con dei quartieri ben definiti, ognuno con le proprie caratteristiche. Il centro, chiamato appunto “Center” è la sede degli uffici, delle banche e degli enormi grattacieli, il quartiere “Admiralty” si occupa della gestione dell’enorme porto cittadino, “Soho” è la zona di bar e ristoranti. Kowloon è il nome del lembo di terra subito a nord della vera e propria isola di Hong Kong, perfettamente integrato al centro e praticamente parte di esso. È la suburb dei centri commerciali, dei mercati e dei negozi di elettronica, la zona più caotica e vitale della città, e una delle più caratteristiche, con le sue viuzze piene di insegne, i suoi negozietti e le sue bancarelle.
Una tappa praticamente obbligata appena arrivati è quella di prendere la funicolare che dal centro porta a Victoria Peak, la collina che sovrasta Hong Kong Island e dalla quale si può osservare la totalità dell’isola e di Kowloon. Il tutto è stucchevolmente turistico, a partire dalla funicolare in finto stile anni ’50 fino alla terrazza della torre d’osservazione con fotografi a pagamento e gli atroci binocoli a monetine.
La vista tuttavia vale pienamente la tortura del passaggio attraverso la torre d’osservazione stessa, piena di fast food e sede dei peggio negozi di souvenirs. E che oltretutto ospita persino una succursale del museo delle cere di Tussauds e un “Bubba Gump”, ovvero l’esempio più sfacciato e peggio riuscito dello sfruttamento a fini commerciali di una bella opera cinematografica.
Non me la sono sentita però di fare tutto il percorso a ritroso, e ho deciso di tornare “a valle” senza prendere la funicolare, percorrendo il sentiero che da Victoria Peak attraversa i boschi della collina e scende verso Soho. È stata un’esperienza istruttiva dal punto di vista urbanistico, e di come la coerenza della città possa essere a volte spietata: appena usciti dai boschi, quindi nella parte più alta della città, ci si ritrova in un quartiere formato da residence enormi e lussuosissimi, con guardie alle entrate dei cancelli, strade – private – pulite e scuole che sembrano uscite da qualche telefilm americano. Scendendo le scalinate verso il centro è però evidentissimo come ogni zona residenziale sia strettamente definita: i palazzi diventano sempre più fatiscenti e le strade sempre più sporche, e il cambiamento è così repentino che sono rimasto veramente impressionato da come in una stessa città, e a distanza di un centinaio di metri, si possano immaginare due realtà così palesemente inique.
Giunti alla fine della zona residenziale, l’ambiente cambia e mi sono ritrovato proiettato in una sorta di riproduzione delle strade napoletane, piene di piccoli negozi, piene di energia, di vita, di rumore, di “umanità”. È la zona intorno a Soho, dove si raccolgono i piccoli commercianti e i pochi artigiani rimasti, che osservano il viavai della folla dall’interno delle loro piccole botteghe. Tra tutti merita una menzione speciale l’anziano specializzato nell’arte di riparare ombrelli: seduto su uno sgabello dentro al suo piccolo capanno, in mezzo a una miriade di ombrelli rotti lui, li ripara, uno alla volta, con pazienza. Non so come faccia a sopravvivere con i proventi del suo lavoro certosino, ma vederlo mi ha fatto pensare che forse per essere veramente felici e soddisfatti nella vita bisogna scegliere un’attività, non importa quanto piccola, non importa quanto apparentemente inutile, e dedicarvisi anima e corpo. Oggi noi sappiamo fare mille cose, ma l’aumento delle nostre competenze va forse troppo a discapito della profondità e della dedizione che ogni singola azione meriterebbe. E sappiate che anche dopo anni di studi, anni di nozioni e complicazioni, a Hong Kong c’è un vecchio che sa fare una cosa sola, ma la sa fare meglio di tutti voi e me messi insieme, e per lui – probabilmente – ogni ombrello riparato è un piccolo capolavoro, è un pezzo di sé che consegna con fiducia e soddisfazione al tumulto del mondo.
[Post tagliato per eccesso di logorrea. Il resto di Hong Kong e Macau, tra indovini asiatici e chiese cattoliche, nella seconda parte.]
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